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Punti di Tangenza: La comunità magrebina

Lasciato il campo nomade, dopo qualche minuto di auto arriviamo nei pressi della comunità magrebina.

Anche qui, una volta presentatoci, siamo accolti dal leader della comunità che, contrariamente a quanto potevamo aspettarci, non è una persona avanti con gli anni. Ci viene spiegato che la leadership della comunità è data dall’anzianità di presenza sul territorio italiano quindi una persona che abbia una buona conoscenza di lingua e delle “abitudini” del nostro paese.

La nostra presenza nel campo coincide con un periodo particolare delle usanze islamiche, quella in cui si celebra la Festa dei Sacrifici (‘Īd al-Adhā) che è la festa della fede e della totale e indiscussa sottomissione a Dio (islām).  Questa prende ispirazione dalla narrazione del sacrificio del figlio di Abramo (che la tradizione musulmana ha progressivamente identificato con Ismaele). Il nucleo delle festeggiamenti, che si incastrano nel tradizionale pellegrinaggio alla Mecca, è la macellazione di un montone da parte del capo famiglia, che poi distribuisce la carne dell’animale tra la famiglia e i vicini per banchettarne insieme, dando vita a un momento di intensa convivialità.

Entriamo nel campo proprio quando “l’anziano” della Comunità, il “Capo Famiglia” sta sgozzando il montone.

Assistere al rito dell’abbattimento dell’animale e la sua successiva macellazione è una scena molto forte per me. Per alcuni attimi ho esitato ad inquadrare e fotografare ma volevo raccontare quella circostanza. Eseguiti una serie di scatti della soppressione del montone, uno degli anziani ci guida nel visitare l’insediamento.

L’osservazione di quella realtà ci ha ricondotti improvvisamente in quelle situazioni miserevoli in cui vivevano una quantità enorme di lavoratori agli albori dello sviluppo capitalistico sui quali è stata costruita e si mantiene la ricchezza dell’occidente.  Quei lavoratori, infatti, rappresentano la materia leggera del capitale che, a seconda del suo fabbisogno, li intercetta, li usa per le proprie necessità quindi li lascia da parte.

La stragrande maggioranza di questi lavoratori extracomunitari sono dediti a lavoro bracciantile nelle distese della Piana del Sele ma molti di loro non disdegnano anche lavori di manovalanza nell’edilizia.

L’insediamento è un ex mercato ortofrutticolo, i rifugi diroccati in cui sopravvivono sono tali per cui alla loro vista inorridirebbe qualunque uomo dotato anche di solo “buon senso”. Non hanno né acqua potabile né energia elettrica, dormono su giacigli adattati in malo modo e sono contornati da un’aria viziata, puzzolente, la cui inspirazione rende ancor più insostenibile l’esistenza.

Ciò nonostante si sono dati una forma organizzativa che, malgrado le condizioni in cui è generata, ha un’ottima funzionalità in quanto consente loro non solo di sopravvivere ma anche di fruire di salario. Hanno un forte senso di appartenenza ed un ottimo livello di solidarietà diffuso. Hanno creato il loro luogo di culto ed i loro spazi ricreativi (giocano al calcio, a dama con un cartone e dei tappi di bottiglia, effettuano le loro feste, praticano le loro usanze). Posseggono un sistema relazionale che non presuppone grandi leader carismatici bensì una gerarchia minima, ove la valenza del soggetto è data dall’anzianità di presenza sul suolo italiano.

Ci accolgono in alcuni dei loro ricoveri arrangiati e attraverso delle interessanti conversazioni, utilizzando le nostre lingue madri, apprendiamo che alcuni di essi sono scappati perché non sopportavano il dispotismo dell’organizzazione statuale monarchica, altri perché si definiscono “viaggiatori”; vi è qualche sedicenne che non ha accettato di buon grado l’imposizione della consorte da parte genitoriale come da usanza islamica ed è, pertanto, partito in cerca del “suo” amore.

Pochissimi tra loro sono emigrati per cause, come dire, di povertà e/o ricerca di danaro. Ci troviamo, insomma, dinanzi ad uomini colmi di dignità che nelle nostre “sviluppate” organizzazioni sociali diventano sempre più rara avis in terris.

Abbiamo dunque la conferma, se ce ne fosse stato bisogno, che il problema dei flussi migratori è carico di articolazioni e non può essere affrontato con semplici slogan.

É stata sufficiente la permanenza nei due insediamenti per alcune ore e la relazione diretta con queste persone, con culture e tradizioni così diverse dalle nostre, per porci in condizione di avvicinarci alle loro civiltà e farci rendere conto che essa è espressione di valori universali tanto quanto quelle che hanno contribuito a formare il mondo che noi conosciamo.

Questa esperienza, un momento, un punto di tangenza tra due mondi differenti, ci ha convinti che una buona interrelazione con queste persone oltre che ad offrire una opportunità volta al loro completo inserimento nel nostro sistema di convivenza sociale, da noi presuntuosamente definita civile, può costituire un’ottima reciproca opportunità per imparare ad imparare.

 

Crediti

https://www.oasiscenter.eu/it/sacrificio-abramo-isacco-tabari-girard

https://it.wikipedia.org/wiki/Id_al-adha

Categoria
Analogico, Storie