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Punti di Tangenza: La comunità Rom

Arrivati al campo, gli uomini presenti ci invitano a non entrare e a non fotografare sino a che non fosse arrivato il “capo clan”.  Dopo circa mezz’ora arriva un giovane uomo sulla quarantina a bordo di una Fiat Uno che, riconosciuti i componenti dell’Associazione Antirazzista, ci fa entrare nell’area e comunica ai membri del campo che sono autorizzato a fare fotografie.

Immediatamente mi reco ai margini dell’area per cogliere una inquadratura complessiva del campo e noto un bambino che, non accortosi della mia/nostra presenza, è intento a giocare sulla sommità di una baracca.

Queste “casette” realizzate con materiali di recupero, riconducono il pensiero seppur molto vagamente agli chalet di montagna. Questa considerazione allontana da me il concetto che avevo dello zingaro quale nomade. Le baracche mi fanno capire che queste persone, seppur nella marginalità di una esistenza vissuta in aree prive di acqua corrente, energia elettrica e fognature, provano a riordinare la propria esistenza sul territorio italiano con una sedentarietà, tipica della nostra cultura.

I bambini che si erano mantenuti a distanza mostrando una manifesta diffidenza nei nostri confronti fanno capolino dietro gli adulti ma, una volta ricevuto l’ok dal “Capo clan”, si palesano in tutta la loro naturale esuberanza.

Come se l’avessero concordato tra loro corrono nella mia direzione e, in un coro chiassoso, chiedono prima il mio nome e poi di essere fotografati. Nel vocio indistinto mi ha colpito il loro sorriso: un sorriso disarmante, sereno, genuino come solo i bambini sanno avere.  Sorridendo dico loro che il mio nome è Sossio e immediatamente cominciano a chiamarmi per nome, il più piccolo di essi mi chiama Zio e subito dopo, per tutti, sono Zio Sossio.

Le Donne del campo, come se mi conoscessero da sempre, mi conducono in una baracca dove vive una coppia di giovani sposi che, a sua volta, con orgoglio mi invita ad entrare e a immortalali prima sull’uscio di “casa” quindi all’interno, seduti sul loro giaciglio.

Osservandoli attentamente comprendo che, benché appaiono molto più grandi rispetto alla loro età anagrafica, sono poco più che due ragazzini. Lei ha le movenze di una donna adulta, indossa una gonna lunga tipica delle loro comunità e in quelle poche parole che scambiamo rivela un carattere forte e determinato. Lui, evidentemente in segno di rispetto per quello che è il loro letto, prima di sedersi accanto alla compagna per farmi realizzare una fotografia toglie le scarpe e, nel sedersi, fa una carezza alla compagna. In quell’atto percepisco che il luogo comune che vuole che nella coppia ROM il maschio ha il “dominio” sulla donna è, almeno per gli sposi che stanno posando per me, superato.

Le pareti interne dell’abitazione degli sposi sono rivestite di cartone e da qualche tappeto mentre l’esterno è realizzato con lamiere di recupero provenienti da chissà dove. In un angolo della casa è sistemato il sistema di riscaldamento: un bidone metallico con una canna fumaria che attraversa l’intera altezza della baracca.

Dalla porta spalancata entra una calura umida e maleodorante che si percepisce in tutto il campo, mentre la luce scintillante di quel pomeriggio di inizio estate fa capolino anche da due piccole finestre con i vetri in plexiglass. Un cucciolo di cane, rincorso da alcuni bambini, si rifugia nell’alloggio.

Realizzati gli scatti, i due sposi mi accompagnano nei pressi di una roulotte. É l’abitazione di uno stravagante uomo baffuto il quale a sua volte, con aria bizzarra ma cortese, mi chiede di essere ripreso sia nell’interno sdraiato sul letto che sull’uscio della sua dimora.  A qualche metro di distanza dall’entrata della roulotte, su un tavolino di plastica bianco, sono abbandonati dei resti di un pasto a base di carne e delle pentole accatastate da lavare.

Con la coda dell’occhio mi accorgo che i bambini giocano tra la cabina di un furgoncino, il fango delle pozzanghere del campo e con alcuni cuccioli di cane; mi sposto per fotografarli.

Più in là un’anziana mi invita ad entrare in un’altra baracca le cui pareti sono costituite da assi di legno recuperate dai pallet mentre il tetto è realizzato con lamiere ondulate anch’esse recuperate da chissà dove. L’interno della baracca è rivestito con drappeggi e tappeti così come la parte del pavimento dove giocano i bambini. All’interno, in alto, sulla parete di fronte all’entrata sono allineati una serie di peluche segno dell’attenzione che la comunità ha per i bambini.

Una donna, fuori la sua baracca, prepara del pesce da friggere. Siamo invitati a rimanere a cena per condividere con l’intera comunità le pietanze in preparazione. Non possiamo accettare, dobbiamo recarci in una seconda area, quella che ospita i magrebini.

Siamo rimasti nel campo nomade solo un paio d’ore ma, dopo i primi attimi di reciproca e naturale diffidenza, per incanto, quasi come se i nostri due mondi eterogenei fossero venuti in contatto attraverso un punto di tangenza si era aperta una via di comunicazione che consentiva di abbattere le barriere psicologiche da entrambi i lati, si era instaurato, insomma, un clima cordiale, di inaspettata disponibilità.

Il ricordo più vivido di tutta l’esperienza sono stati gli occhi di quelle persone: gli occhi dei bambini comunicavano la gioia di vivere, in quelli degli adulti si leggeva la fierezza di un popolo.

Categoria
Analogico, Storie